“Basta coi sorvoli sulla città”

Un programma di governo per Pisa 2028

  penso che la redazione del programma di governo di chiunque ambisca ad amministrare Pisa — le elezioni comunali, salvo sorprese, si terranno nel 2028 — dovrà muovere da alcune domande ormai non più eludibili. Può una città ospitare stabilmente più turisti di quanti siano i propri residenti senza snaturarsi? A partire da quale soglia il turismo cessa di essere turismo e diventa più propriamente un’invasione, con la sua conseguente colonizzazione economica e sociale? Che cosa resta di una città quando il suo tessuto residenziale si comprime, i cittadini ne vengono progressivamente espulsi, il commercio si riconfigura quasi esclusivamente attorno al consumo mordi e fuggi degli ospiti e interi quartieri cessano di essere luoghi di vita per trasformarsi in dormitori? Come si mantengono i servizi pubblici essenziali quando i cittadini residenti diminuiscono a tal punto da non esserci praticamente più? Chi tiene in piedi economicamente e socialmente una città se coloro che la abitano stabilmente vengono sostituiti da una popolazione di passaggio? Può esistere una città senza cittadini? E, soprattutto, ha ancora senso chiamarla città? E infine — lo dico provocatoriamente e con amarezza —, fin quando potrà ancora avere senso continuare a impegnarsi o — per qualcuno — raccontare di impegnarsi per una città che nei fatti non esiste più?

Questi sono gli interrogativi pressanti e inaggirabili che, a mio avviso, costituiscono oggi il cuore del problema politico di Pisa e, in senso più ampio, di molte città d’arte italiane che stanno progressivamente cessando di essere comunità urbane per trasformarsi in luna park sempre più orientati a essere appetibili per il turista ed essere scelti dal turista. Perché è questo il punto: il turismo, oltre una certa soglia — come un elefante che non entra e non può entrare in una cristalleria —, non produce affatto ricchezza e non è e non può essere sostenibile; consuma anzi e svuota dal di dentro le città. Ne distrugge il mercato abitativo, ne altera il commercio, ne desertifica la residenzialità, ne cancella l’identità urbana e converte lo spazio pubblico in un’infrastruttura costellata di economie temporanee che poco o nulla restituiscono alla vita collettiva. Chi vive quotidianamente la città non può non riscontrare questa trasformazione in atto. Il peggioramento della qualità della vita, il deterioramento di interi quartieri, la perdita di servizi orientati ai residenti, la crescente fragilità del tessuto sociale, l’aumento di fenomeni di degrado e insicurezza non sono dinamiche isolate portato di un destino cinico e baro, sono, al contrario, aspetti che attengono a un medesimo grande processo di mutazione urbana. Rendersene conto e affrontarlo sarebbe d’uopo; anzi: “é” indispensabile.

In tal senso, sorprende che il dibattito politico continui  a trattare il turismo sempre e comunque come un bene in sé, quasi si dovesse per sua stessa definizione sottrarlo a qualunque valutazione critica. No, non lo è: il turismo — così come ogni altro fenomeno o processo — non è un bene in sé a prescindere. Nessuna attività economica — nemmeno il turismo — può pretendere di divorare la funzione residenziale, abitativa di una città e chiedere alla politica di eludere l’obbligo di intervenire.

Da qui al 2028 le forze politiche — lo chiedo soprattutto a quelle della mia parte: a quelle di Sinistra — devono cimentarsi con questo nodo con serietà, senza infingimenti e ipocrisie; e senza rifugiarsi nella risposta — spesso esplicitamente implicita — per cui chi non tollera tale trasformazione può sempre andarsene altrove: trasferirsi nelle periferie o nei Comuni limitrofi. La questione è infatti infinitamente più importante e dirimente: non riguarda solo questa o quella persona o famiglia, bensì l’intero della città, perché — volenti o nolenti — senza cittadini residenti, le città non esistono più. Le sostituiscono ingranaggi economici che perpetrano un consumo incessante di ogni spazio e anfratto di vita e che finiscono per soffocare l’esistenza delle persone. Ecco, Pisa deve decidere se vuole continuare a essere una città o un grande luna park postmoderno. 

ALBERTO BOZZI


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